Testi critici

Testo critico a cura di ILARIA BIGNOTTI

39000 STRAWS.
39000 Cannucce.

Se il titolo di un’opera è una delle forme in cui essa si manifesta, l’elemento fondamentale dei suoi “dati anagrafici” e il nome con il quale sarà chiamata e ricordata nel tempo e nei luoghi - discorso valido anche per i “Senza Titolo”, che non negano l’identità dell’opera, ma la rivelano attraverso l’assenza-negazione del nome - 39000 Straws di Pasquali è una dichiarazione tautologica di ciò che si vede.
E al contempo non si vede.
Carta d’imbarco per l’immaginazione, passaporto per l’inganno visivo, chiave d’accesso per la deriva delle forme e delle sensazioni.
É…39000 cannucce.
Ma al contempo no.
È una cartografia; è un gioco psichedelico; è un magma cromatico;
è una maglia che vibra; è un tappeto da fachiro; è un tramonto di plastica;
è un cocktail per tutti…
è - non è 39000 cannucce: elementi segnici, moduli elementari composti, assemblati, di-segnati in un pattern visivo che si configura attraverso la messa a fuoco, le facoltà percettive e organizzative dello sguardo dello spettatore.
Anche ad una prima lettura, la ricerca di Pasquali dimostra coerenza e consapevolezza, saldamente conquistate attraverso uno studio approfondito dei materiali e delle forme naturali e artificiali, vagliati e sperimentati alla luce sia delle precedenti ricerche visuali, cinetico-programmate e gestaltiche, sia delle esperienze poveriste che, mezzo secolo fa, con modalità e risultati differenti, ma tangenti in alcuni punti, tentavano di riformulare le potenzialità dell’arte quale strumento di indagine sociale e metodo di riformulazione del mondo.
A partire dall’uomo.
Cresciuta in uno dei suoi Bozzoli di morbido neoprene, uscita dall’abbraccio di una delle sue avvolgenti creature, Francesca Pasquali rivendica il diritto delle giovani generazioni a costruire sulle rovine della storia e a risvegliare le assopite speranze progettuali dell’arte contemporanea.
Continuando nella direzione che pian piano ha saputo tracciare, senza abbandonare la capacità di giocare pur nel rigore d’indagine, con quell’ironia sapiente che sa rendere lievi le difficili richieste della tecnica e della materia.
Se l’atto del guardare e dell’essere guardati costituisce parte essenziale della nostra relazione con il mondo, Francesca Pasquali utilizza lo sguardo quale medium essenziale per indagare la necessaria contrapposizione e fertile antitesi tra natura e artificio, in un’ottica tesa tra strutturazione e decostruzione dei materiali e dei sistemi compositivi, delle forme e delle immagini da essi derivate.
Partendo infatti dal dato naturale e biomorfico - l’osservazione microscopica di elementi animali e vegetali - Pasquali riesce a trasferirlo e tradurlo in dato artificiale, attraverso l’uso di materiali industriali, quali appunto il neoprene e il pvc, e attraverso ricostruzioni e frammentazioni che mettono in relazione l’opera con le risposte del fruitore e le esigenze della materia.
La maglia di possibilità, pressoché infinita, è via via vagliata dall’artista, che incessante gioca con le cose che la circondano, maestra ancora un po’ bambina di una ricerca tesa tra il macro e il micro, le innumerevoli potenzialità e le infinite possibilità delle cose - e delle immagini - di diventare altro da sé. Mutevoli e metamorfiche quanto i nostri sensi e desideri.

Testo critico a cura di MONIA MARCHIONNI per INSIDEART febbraio 2010

SINTETICHE EVOCAZIONI

Se l’arte di Francesca Pasquali fosse un film, sarebbe senza dubbio Le fabuleux destin d’Amélie Poulain perchè, come la protagonista, Francesca nelle sue opere crea un dialogo-contrapposizione tra il senso di omologazione, standardizzazione e individualità (tipico dei materiali sintetici che utilizza e dell’epoca che viviamo) e la tecnica del tutto personale con la quale imbastisce e tesse le sue sculture rendendole intime e avvolgenti. Dare vita e sembianze vegetali a qualcosa che per composizione chimica non lo è richiede una grande dose di immaginazione. Il “favoloso mondo” dell’artista è fatto di strati di poliuretano e polietilene; i giorni si susseguono all’ombra di un’atmosfera notturna, scura, come il colore tipico di questi composti industriali. Morbidi grovigli e bozzoli di espanso sono le forme di vita che popolano il suo mondo, si trovano sugli alberi in attesa di evolvere in qualcos’altro, oppure vegetano in diversi quartieri invadendo con la loro massa leggera intere strade. Le sue stelle sono enormi meteoriti di copertone cadute a terra, e per finire uno sgargiante fondale marino di cannucce di plastica colorate riflette tutti i colori che la natura possiede. Materiali di riciclo e di scarto che nel quotidiano sono utilizzati per gli imballaggi o per imbottire dei materassi, sembrano qui vivere con forme volutamente copiate dalla natura. Ci si sente proiettati in una realtà artificiale immaginaria, complice anche le grandi dimensioni delle sculture a carattere installativo, dove la materia inerte tende al suo contrario, ambisce all’armonia della natura e in questo caso l’intervento dell’uomo non la corrompe o non modifica nessun equilibrio. Natura intesa come tutto ciò che ha un ordine, che risponde ad un proprio ritmo vitale e forme costituite da un preciso schema matematico e fisico. La Pasquali sembra mettere in pratica il pensiero aristotelico secondo cui la Natura è il movimento o causa che plasma la materia seguendo un modello o forma. La sua arte affascina perchè oltre a rendere organico e dinamico tutto ciò che è inorganico e statico, ricorre all’intreccio e al cucito per comporre vere e proprie tessiture rotondeggianti di materiali polimaterici in griglie precostituite, metalliche o di nylon, dalle quali nascono grandi strutture fitomorfiche tessute a mano. L’artista definisce il suo lavoro “un lento ricamo che trasforma il prodotto industriale in organismi biomorfi informi in cui prospera un’energia intrinseca che prolifera spontaneamente. La materia diventa protagonista di nuove forme, rivalutando così la propria essenza. Utilizzo materiali propri del contemporaneo che tramite la tessitura rivivono nel passato, il desiderio di dar forma alla materia è un processo antico quanto l’uomo”. Il ricamo che contraddistingue il suo stile ha tempi di gestazione lunghi e faticosi, - per l’opera “39000 straws” ha impiegato un mese e mezzo di lavoro - ed è sempre teso a riprodurre il movimento della natura così com’è perché a detta della Pasquali: “Piuttosto che imitarla, l’arte dovrebbe applicarne le leggi intrinseche copiando un modello già esistente. Provo un certo piacere ad intrecciare le materie plastiche evitando di forzarle all’interno delle griglie-telai, piuttosto le assecondo, così da simulare un effetto più vero-somigliante alla natura e straniante possibile. Parto dall’osservazione del dato naturale per rielaborarlo, metamorfizzarlo nella creazione di strutture che dialogano con lo spazio e stimolano l’interazione con il fruitore.” A tal fine l’artista si serve della fotografia pensandola come una lente di un microscopio che indaga una cellula: “il mio sguardo focalizza e ritrae le ramificazioni, le evoluzioni zoomorfe, seleziono in seguito dei particolari tagli dell’immagine che poi vengono realizzati in tridimensionale”.
La scelta di lavorare materiali industriali è maturata dopo varie sperimentazioni durante il periodo accademico. “I primi anni sono stati sicuramente poco fruttuosi, il classico linguaggio “pennello-colore” non mi portava a raggiungere i risultati sperati, in realtà ero alla ricerca, e questa l’ho capito solo dopo, di un mezzo attraverso il quale poter esprimere una presenza, la mia, mediante una modalità semplicissima: stimolare nell’osservatore lo stesso grado di interesse che provavo di fronte all’infinito mondo materico che mi circondava. Il Bronzo, il gesso, la cera e l’incisione sono stati tutti esercizi che mi hanno aiutato a sentire la materia e imparare a percepirne le specifiche proprietà. La ricerca di nuovi materiali mi ha sempre incuriosito portandomi alla sperimentazione della “biologia industriale” propria del contemporaneo. L’utilizzo di prodotti altamente tecnologici, che spesso “vivono” celati a causa dell’uso settoriale al quale sono deputati, mi stimola a proporne una decontestualizzazione tesa ad enfatizzare la materia che, il più delle volte, si pensa sterile e inerte.”
A volte la Pasquali strizza l’occhio al design, creando degli ornamenti, delle piccole sculture indossabili da lei definite una sorta di “art a porter”, è un altro modo per portare avanti la “cultura dell’uso” ricercando il contatto con il pubblico. La celebre frase di Duchamp “Sono gli spettatori che fanno i quadri” è cruciale per capire l’importanza del tatto nelle sue opere. Il senso dell’opera, e più in generale dell’arte contemporanea, nasce dalla collaborazione tra artista e spettatore, l’arte genera comportamenti e non solo ammirazione. “voglio comunicare non solo impressioni visive ¬ conclude l’artista ¬ ma anche indurre ricordi tattili. Toccare per memorizzare sensazioni, cosicché le opere invitino i sensi ad esplorarle ed il corpo a plasmarle, sprofondando nella sofficità dei grovigli tessuti, mutandone talvolta la forma.”

ORGANICinorganic, Neon-campobase, Bologna, testo critico a cura di Andrea Lerda

Reale, irreale; organico, inorganico; vivo, morto. Sono infinite le soglie al di là delle quali e oltre le quali si situano termini chiave come riproduzione, finzione, illusione e simulazione. Le contaminazioni tra i due mondi sono infinite e da tempo verdure fresche, in attesa di veder scomparire la loro fragranza, riposano inermi su tavoli in ferro e vetro (Mario Merz, Tavolo a Spirale, 1983), così come le dissezioni animali di Damien Hirst tentano di “sopravvivere” immerse in poco confortevoli vasche di formaldeide. E che dire dello slittamento concettuale messo in scena da Paul Mc Carthy in Mechanical Pig, 2003-2005, dove silicone, platino, fibra di vetro, metallo e componenti elettriche ci restituiscono alla vista un roseo maiale solo apparentemente morto. O forse vivo.
Oggetti irreali ma che paiono reali, materie inorganiche che tentano di simulare l’organicità e la vitalità dell’esistenza. Ciò che vediamo nella nostra mente è ora statico, ora dinamico. Già condannato alla morte fisica ma ancora in vita, sotto nuove spoglie, grazie a tecniche più o meno sofisticate. E se Laura Renna, attraverso amorevole cura e sostentamento dà nuova vita e nuova forma a microscopiche forme vegetali che lentamente contaminano e invadono lo spazio fisico, trasformando le sinuose forme naturali in figure geometricamente scandite, l’impiego che Francesca Pasquali compie del materiale plastico, avanza l’ipotesi che ci si trovi di fronte alla pretenziosa volontà di rileggere i codici genetici dell’universo naturale. Tra di essi, le imponenti figure di Davide Rivalta che in veste di uniche rappresentanze del mondo animale, se da un lato dichiarano la loro appartenenza a un figurativo che resta vincolato alla parete sulla quale nascono e muoiono, dall’altro, proprio grazie alla sorprendente vitalità e concretezza materica, si ha la conferma ancora una volta dello slittamento in atto tra organico e inorganico, reale e irreale. Ecco che le materie extraorganiche appartenenti all’universo del “freddo” diventano ora strutture organiche, ecco che la softness organica si tramuta nell’hardness di un universo industriale dai toni fitomorfi.
Presenze decontestualizzate in un caso come nell’altro, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore proprio per la loro sorprendente capacità di evocare il reale attraverso l’irreale. Organico e inorganico si fondono così l’uno nell’altro ed è nello sguardo di chi osserva che queste creature e questi mondi prendono vita.

Estratto dal testo critico a cura di CHIARA GATTI
INFORMALE SENZA GIACCA, Milano, Galleria Guido Iemmi
CUCITE ADDOSSO

… Territorio, quello della scultura in cui, sprofonda una sarta d’eccezione come Francesca Pasquali, bolognese del 1980, che ama cucire, intrecciare, imbastire e trapuntare materiali sintetici, di riciclo e di scarto, assemblaggi di sostanze inconsuete, dalla gommapiuma alle cannucce di plastica colorate, per creare boa giganteschi, accessori sovradimensionati, capi fatti di tele, pelli e stoffe da accostare liberamente… Il massimo dell’informale.
C.Fiorese - Kender - J.Landi - F.Pasquali - J.Sztekiel - L.Violante

Testo critico a cura di DENITZA NEDKOVA
BIOLOGIA INDUSTRIALE, FITOMORFISMO SINTETICO
O SEMPLICEMENTE L’ARTE DI FRANCESCA PASQUALI

Finita l’era degli “ismi” nell’arte i giovani artisti, prodotti di una stagione artistica senza forme e superfici, tornano a rispettare i modelli radicati, ma parlano la lingua del proprio tempo.
E questo proprio tempo, una costante mancante e peccaria, fa vivere un senso di instabilità (per non azzardare mediocrità) dell’animo creativo.
Il moderno non è più per nessuno contemporaneo e la sintesi modernista, fatta di materiali nuovi e forme nuove, che hanno portato il fitomorfismo nel campo artistico, viene superata, oltrepassata da un organicismo nuovo, sintetico. Le strutture generali della natura, gli elementi costruttivi, le fibre e le cellule diventano delle materie extraorganiche interrogate dall’artista.
Dall’intreccio tra elementi naturali e materie sintetiche nasce la formula sperimentale della biologia industriale che caratterizza l’arte di Pasquali. Un’arte aniconica dove i valori concreti della linea e della forma sono autonomi, non più vincolati dalla mimesi del fatto naturale. Questo ultimo si trasforma in pre-testo, sostituito di seguito, nella ricerca di testo, di tessitura più gratificante che diventa il principale strumento artistico nella scoperta di una morfologia nuova del mondo della vita. Questa texture è l’animo nutriente, la coltura biologica del mare primordiale da cui traggono principio i protozoi di Francesca Pasquali.
L’inerzia di una certa teoria relativista si traduce in una fisica dei corpi-sculture tridimensionale che provoca la percezione e induce al tatto. Il contatto fisico con le opere constata la matericità softness dei polimeri, della gomma, del nylon. Il materiale industriale di scarto, frammentario e deforme, acquisisce nuova integrità partecipando in strutture fitomorfiche tessute a mano. Da questo insistere sul rapporto tra opera e fruitore scaturisce la “spiritualità” nell’arte di Francesca che origina non solo nello Spiritualismo russo di Kandinski, ma anche e sopratutto nelle poetiche dell’Arte Povera.
Un approccio alla vita delle forme, quello di Francesca Pasquali, che parte da attente riflessioni sugli stati di organizzazione della natura, sugli strati di costruzione della vita fino alle microforme molecolari. Una linea di pensiero analitica non rigorosa, ma libera ad indagare il rapporto spazio-forma-materiale fuori da ogni canone culturale. Nascono strutture che si aprono alla fantasia ed agli stimoli sensoriali, percettivi e tattili. Tutto sotto la costante sperimentazione dei materiali industriali e naturali più vari , definendo il loro impiego in base alle caratteristiche fisiche, di flessibilità, elasticità e trasparenza, per ricavare da esse i valori immateriali, spirituali
(ma per chi preferisce “concettuali”), perchè pur sempre il primo stimolo è la dimensione mentale in un uso del tutto singolare e disinvolto del “costruire”.
In una società “usa e getta” solo il gesto artistico è in grado di identificare un oggetto inesistente, gettato appunto.

LA MIA POETICA

“Arte e artificio scaturiscono dalle medesime radici psicologiche; è soprattutto all’artificio che si ricorre nella cultura umana per resistere al mutamento e perpetuare il passato” (Gombrich, Il senso dell’ordine, 2000).
Attraverso la sperimentazione e la libera ricerca dei materiali propri del contemporaneo do vita ad un tipo di tessitura che si estroflette nell’ambiente e diviene anche elemento architettonico . Il processo di creazione si esplica nell’intreccio dei materiali polimerici, naturali e non, in griglie precostituite, metalliche o di nylon, dalle quali nascono grandi strutture fitomorfiche tessute a mano. Utilizzo materiali propri del quotidiano, facendoli però vivere del passato: la tessitura, il desiderio di dar forma alla materia è un processo vecchio quanto l’uomo. L’intreccio crea effetti texturizzati sempre diversi, che variano per colore, dimensione, caratteristiche proprie dei materiali che utilizzo. L’imitazione della natura deriva dalla tradizione, ma piuttosto che imitarla, l‘arte dovrebbe applicarne le leggi intrinseche; è preferibile infatti copiare un modello già esistente.
Indago così la materia fin nel suo intimo, “… penetrando fino ai principi veri e naturali, così che le opere avranno stile senza che lo cerchino” (Viollet le Duc, ne Il senso dell’ordine, E.Gombrich, 2000). Il nesso tra arte e natura appare marcato nella scultura, dove le creazioni naturali appaiono imitate in tutte e tre le dimensioni, e dove si esplica chiaramente una complementarietà di punti di vista sempre inediti. Un lento ricamo che trasforma il prodotto industriale o “di scarto” in organismi biomorfi informi in cui prospera un’energia intrinseca che prolifera spontaneamente: la materia diventa protagonista di nuove forme, rivalutando così la propria essenza. La ricerca sui materiali non tradizionali dell’operare artistico si accompagna alla ricerca sulla relazione tra opera e fruitore, nella creazione di nuove forme di comunicazione con il pubblico, che da passivo osservatore diventa compartecipante dell’opera stessa.
Una continua ricerca sulle possibilità espressive dei materiali sintetici crea soluzioni alternative ed interessanti, dove un canale percettivo sugli altri assume un valore preponderante, il tatto. E’ importante infatti comunicare non solo impressioni visive, ma anche indurre ricordi tattili: toccare per memorizzare sensazioni, cosicché le opere invitano i sensi ad esplorarle ed il corpo a plasmarle, sprofondando nella sofficità dei grovigli tessuti, mutandone talvolta la forma. La sperimentazione artistica avanza ed indaga il campo della fotografia:
come la lente di un microscopio esplora la cellula, il mio sguardo focalizza e ritrae le ramificazioni, le evoluzioni zoomorfe, elaborandole scegliendo tagli di immagine particolari; tali fotogrammi vengono continuamente contaminati con gli stessi materiali polimerici, creando “immagini” morbide, palpabili, che donano un valore sensuoso e tattile al supporto tradizionale a due dimensioni, ormai superato ed elevato a complesso scultoreo.